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Il Fuoco dal Profondo | Psicologo Milano Simone Curto
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Il Fuoco dal Profondo

Il Fuoco dal Profondo

Ricordo raramente i sogni che faccio. Che sia per il risveglio repentino della mattina, per il minuzioso lavorio della censura notturna o per qualsivoglia motivazione di ordine casuale, non ho mai potuto farci niente per davvero: e pensare che c’è chi dice che per ricordare i sogni basta volerlo. Ecco allora che, quando riesco a ricordarmeli, assumono un significato del tutto particolare. Mi piace pensare che in mezzo a tutte le immagini e i contenuti onirici che mi accompagnano durante la notte, una forza saggia decida talvolta di sceglierne alcuni e li trascini su dall’abisso delle profondità del mio essere alla coscienza. Quella notte, appena qualche giorno prima che mi decidessi a intraprendere questo viaggio, sognai una mano al collo che tentava di strangolarmi. Mi svegliai di soprassalto e riuscii ad addormentarmi solo dopo diverse ore. Il mattino seguente sentivo la stessa sensazione di oppressione alla gola che mi confondeva ancora la mente e mi animava il cuore. Mi trovavo ad un passo dall’abbandonare una vecchia strada per una nuova. Alcuni mesi dopo, quando già muovevo i primi passi sul sentiero tracciato, il mio maestro mi chiese di rispondere a tre domande. La prima fu: dove sono? Mi sentivo al centro di un uragano, un vortice di energia in movimento che mi accerchiava con tutto il suo impeto, mi faceva girare la testa e rimbalzare il cuore. Percepivo una pietra all’interno dello stomaco, mi chiedeva di farsi spazio, esplodere con tutta la sua forza. Mi si chiese allora: cosa sto facendo? Imparavo ad abbandonarmi a questa forza, seguirla e allearmi ad essa. Intorno a me tamburi battevano sincroni al battito del mio cuore e io, osservando questa risonanza, intuivo la direzione del nuovo cammino davanti a me. Mi veniva da chiamarla la giusta strada. Sentivo la possibilità di provare a seguire la mia vera natura, assecondare le mie inclinazioni più profonde. E infine: Qual è il mio intento? Risposi istintivamente: “staccare la mente.” Quello fu solo il primo passo per andare oltre. Scordare quello che sapevo, per ritrovarlo e integrarlo ad un più alto livello di consapevolezza. Mettere da parte la mente e lasciare spazio a quella forza che chiedeva di esprimersi. Fu come vedere lampi di luce in una caverna buia fatta di incomprensioni e insicurezze. Nell’occhio del ciclone, al centro dell’uragano, quasi a sorpresa, calma piatta e silenzio. Lo stesso silenzio che c’è nell’intervallo tra un lampo e l’altro, tra una parola e l’altra. Lo spazio illimitato, il luogo delle comprensioni più profonde, mi condusse davanti ad una porta. Quel giorno cambiò tutto per davvero. Sulla porta della stanza un sigillo, le vestigia di una divinità potente, associata al fuoco e al tuono. Mi domandavo, con un misto di sfrontatezza e agitazione, cosa ci fosse oltre quella soglia. Il buco di una serratura fu il primo varco per accorgermi di essere già aldilà. Si ruppe il silenzio e fui pensato da un pensiero: “e se semplicemente trovassi me stesso?” Come catapultato, confine dopo confine, mi trovai davanti a uno specchio. Potevo sentire la sensazione dell’aria fresca sulla pelle, l’emozione della libertà e della leggerezza interiore. Emisi un suono che a sua volta prese forma e divenne parola: ritorna come prima, non fuori, non gli altri, te stesso.

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