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Fare, fare, fare. E di quello che nel mezzo ci si perde | Psicologo Milano Simone Curto
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Fare, fare, fare. E di quello che nel mezzo ci si perde

Fare, fare, fare. E di quello che nel mezzo ci si perde

Fare, fare, fare. E di quello che nel mezzo ci si perde.

 

Nella società odierna  la cultura del “fare” è molto diffusa e spesso spinge le persone a impegnarsi costantemente per fare di più, essere più produttivi, raggiungere sempre più obiettivi e sempre più in fretta. Ma cosa succede quando ci perdiamo in questa frenesia di fare?

 

 

Dal fare all’essere, dall’individuo al collettivo

 

 

La cultura del fare, associata all’idea di produttività, è diventata in molti contesti la misura del nostro valore come individui e come società.  Questo costante bisogno di fare ha portato a una mancanza di connessione con sé stessi e con gli altri, ci ha fatto dimenticare l’importanza dell’essere, di prenderci cura di noi stessi, delle nostre relazioni e della nostra comunità.

Per tali ragioni è intanto importante ricordarsi che non siamo solo macchine che producono ma esseri umani che hanno bisogno di connessione, di relazioni significative e di uno scopo più grande: dobbiamo imparare ad ascoltare noi stessi e ciò può significare rallentare, praticare tutto ciò che ci può aiutare a entrare in contatto con noi stessi e definire la nostra idea di successo.

Mentre l’individualismo estremo promuove l’idea che l’individuo sia il centro dell’universo, e che la realizzazione dei propri desideri e bisogni personali sia l’unica cosa che conti il successo di un individuo può significare avere relazioni significative, un senso di realizzazione personale, una vita equilibrata e una connessione con qualcosa di più grande di noi stessi.

 

 

Vedi anche: Sul legame con l’invisibile: la psicologia transpersonale

 

 

La fragilità è una forza: essere umani

 

La visione del fare e della produttività a tutti i costi hanno anche avuto un impatto profondo sulla psicologia umana: in una società dove il successo viene misurato solo in termini di denaro e potere, diventa difficile accettare la sconfitta e l’errore.  Questo rischia di spingere  le persone a cercare sempre più il successo e la perfezione, con una paura del giudizio degli altri e un’autostima condizionata dal mondo esterno. La sconfitta e il fallimento diventano segni di debolezza e inferiorità, e sono temuti e respinti.

Tutto questo può portare a un’eccessiva auto-critica, alla paura del giudizio degli altri e alla tendenza a evitare le situazioni che possono portare al fallimento. Nella lotta per la vittoria ci impediamo tuttavia di apprendere dalle  esperienze negative e ci perdiamo di vista l’importanza del processo. La sconfitta e l’errore sono parte del processo di crescita personale: riconoscere e accettare le proprie fragilità diventa un’opportunità per imparare, crescere e migliorare. Una cultura che abbraccia la fragilità come parte dell’esperienza umana aiuta le persone a esprimere le proprie emozioni e chiedere aiuto quando ne hanno bisogno.

 

 

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